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| È stata la stella degli anni 70 e 80. E Michael Jordan ammise: senza Julius non sarei mai esistito
II basket spettacolo di Doctor J «La ricetta? Segnare meno punti»Erving: «II mio erede è Paul; non pensa a schiacciare, ma alla squadra»
Ccome dobbiamo chiamarla?
Mr. Erving, Julius o Doctor J?«Scelga lei. La maggior parte della gente mi chiama mr. Erving. Ma i fan mi chiamano ancora Doctor J. In famiglia naturalmente mi chiamano Julius...Allora Doctor J, senza dubbio.
Da dove viene il suo soprannome?«Risale ai tempi dell'adolescenza. Prima era semplicemente Doctor, o Doc. Doctor J è nato con la mia carriera professionistica, intomo ai 21 anni. Doc, invece, mi ci chiamavano già a 13 anni».
Di chi è iì copyright?«Di un amico. Io lo chiamavo "il Professore", e lui per risposta mi chiamava "il Dottore".E come è diventato di dominio pubblico?«Mah... mi pare che durante una partita, giocavo davvero bene quel giorno, un commentatore tv di fronte a me abbia detto: non ho più parole per definirlo. Mi sono girato e gli ho suggerito: call me the Doctor, chiamami il Dottore».E Doctor è rimasto.«A quanto pare».La sua carriera è decollata nell'Aba. Ci sono giocatori che sono uomini simbolo di una squadra, lei è stato l'unico a essere l'uomo simbolo della lega. Com'erano i tempi dell'Aba?«Be', erano davvero bei tempi. Ho avuto la fortuna di giocare in giro per il mondo come ambasciatore della pallacanestro».
Poi il passaggio alla Nba. È stato difficile?«Ma no, non direi. Credo che altri fattori, nella transizione, siano stati difficoltosi. Giocare a basket era la parte più semplice; la parte difficile era costituita da elementi di politica e strategia. A Filadelfia mi chiesero di giocare "un po' meno bene", tra virgolette, di essere meno spettacolare e di segnare meno per mettermi al servizio della squadra».Che cosa ricorda delle partite contro avversari come Magic Johnson, Bird, Jabbar?«Che dire... i duelli erano spettacolari, così come lo era anche la rivalità tra alcuni di noi. Con i Philadelphia 6ers forse avremmo potuto fare di più, ma siamo pur sempre arrivati alla finale 4 volte in 7 anni».
Ci sono differenze tra i giocatori della sua generazione e quelli di oggi?«I giocatori di oggi sono più grossi e più forti, sono allenati meglio, così come sono migliori le attrezzature, l'abbigliamento, le scarpe, le condizioni in cui vanno in trasferta, il trattamento finanziario. È il progresso».E dal punto di vista tecnico?«Be', credo che sapessimo usare al meglio i fondamentali. Oggi il desiderio di distinguersi in campo ha un po' sacrificatoquei fondamentali, ma a conti fatti i risultati ci sono, e il basket continua a essere entusiasmante».Tra i giocatori di oggi, chi la emoziona? «Chris Paul. È il più divertente. Il classicogiocatore che vorresti avesse sempre il pallone tra le mani. E anche se Kobe e LeBron possono essere più dominanti, credo che Paul sia eccezionale nel valorizzare qualsiasi compagno in campo, si trattasse anche del dodicesimo».Quando ha scelto per la prima volta il basket?«Non sono stato io a scegliere il basket, ma il basket a scegliere me...».Come è successo?«Vede, avevo molti amici che erano molto bravi, sicuramente più bravi di me, e parlavano spesso di diventare i migliori. Tutti lo vogliono, in realtà, ma sono in pochi a riuscirci. E così i talent scout ti chiamano, ti mettono alla prova, e sta a tè provare di essere all'altezza».Quando si è ritirato, ha detto che non avrebbe mai potuto accettare di diventare una riserva. Per quanti anni avrebbe potuto ancora giocare ai massimi livelli?«Penso un paio. Però quando si parla di longevità di una carriera sportiva, 16 anni sono davvero tanti. Se poi diventano 17, 18... 19 o addirittura 20, vuoi dire che ti stai aggrappando a qualcosa, invece di andare avanti».
È stata dura lasciare?«Quando è ora è ora. Può essere anche un momento difficile, dal punto di vista emotivo, ma mi sentivo pronto».Ripensandoci, quaìi sono i momenti più eccitanti della sua carriera?«Molti, in realtà. I primi periodi, quando imparavo a muovermi. La mia prima partita. L'inizio di ogni stagione, i miei 16 Ali Star Game, essere nominato per 3 volte Mvp. Il tabellone che segna o-o a inizio partita. L'ingresso nella Hall of Fame».Ha mai sentito parlare di «tomahawk»?... «Come no...». Ce lo descrive? «Veniva chiamata così la mia schiacciata, quando staccavo dalla linea del tiro libero e arrivavo altissimo sopra canestro... In realtà io giocavo sempre con un occhio ai possibili varchi, a quella che definivo "la luce". Magari si trattava di uno spazio tra due difensori, oppure di superare un difensore particolar-mente grosso. Certo, poi mi piaceva completare l'azione col tomahawk. Anche se, confesso, io non lo chiamavo così...». E come lo chiamava? «In nessun modo. Ma ai tifosi piaceva questo nome...».Il suo modo di giocare era sempre spontaneo o in qualche modo era pianificato?«Assolutamente spontaneo. Non ho mai iniziato una partita pensando "farò questo, e poi quest'altro", eccetera.
Preferivo sempre attenermi ai fondamentali del gioco e poi improvvisare».Sia sincero. Chi era il giocatore più spettacolare? Doctor J o Michael Jordan? «Forse lui... anzi, sicuramente lui, anche se posso dire che non ne avevo paura. Credo che Michael abbia imparato molto da me, e che lo abbia poi sviluppato. Vederlo giocare mi piaceva moltissimo, ed eravamo amici. Comunque il compito di ogni nuova generazione è di superare quella precedente. Se i giovani non vanno oltre quello che i "vecchi" hanno raggiunto, allora vuoi dire che il sistema non sta funzionando».Jordan ha dichiarato: «Senza Doctor J non sarebbe mai esistito MJ».«Lo ringrazio per questo».Lei, invece, ha dichiarato: «Devo sempre tenere a mente che sono qui perché possiedo un talento, che per certi aspetti è unico».«Confermo, e mi sono sempre impegnato per cercare di svilupparlo. Per me è stato importante continuare a sfidare me stesso, ma allo stesso tempo ricordare che il basket è un gioco di squadra. Non mi sono mai messo davanti alla squadra. Forse se lo avessi fatto sarei riuscito a emergere ancora di più, ma non sarei durato quanto sono durato».
Cosa significa diventare una star?«Significa ricevere un dono e una maledizione allo stesso tempo».Si spieghi.«Be', essere sempre esposto al pubblico ha sicuramente delle ripercussioni sulla tua vita, ma questo non deve accadere 365 giorni l'anno. Ci sono momenti in cui devi semplicemente essere tè stesso. La maledizione è proprio quando non riesci a vivere una vita normale, quando la gente di cui ti circondi non riesce più a vederti come amico, fratello, vicino di casa, ma come un'istituzione, una banca, una star...».Come ci si sente a essere ancora così amati dai fan?«E una sensazione bellissima. Sono davvero onorato di questo. Non mi illudo che possa continuare per sempre, ma è già molto che sia durato così tanto. Se anche dovesse finire domani, mi riterrei comunque molto fortunato».
Lei è nato nel '50. Nel 2008 Obama è diventato presidente. Cosa è cambiato maggiormente nella società americana in questi 58 anni?«Ci si potrebbe scrivere un libro intero. Di passi avanti se ne sono fatti molti, e non parlo solo da afro-americano. Credo comunque che siano cambiate molte cose nell'atteggiamento delle persone rispetto al governo e allo stato. Oggi tutti parlano di regolamentazione dell'economia, di intervento dello stato per risolvere i problemi della gente, mentre solo io anni fa l'idea che lo stato si intromettesse nella vita e nelle finanze dei cittadini sembrava quasi un'eresia. Credo che Barack Obama dovrà affrontare una sfida senza precedenti, per risolvere i problemi di oggi, anche perché non esistono soluzioni sbrigative per la situazione odierna.Scelga tre parole per descrivere Julius.«...mmm... Vediamo: Alto, scuro...»...manca la terza...(risata) «...bello?».
Erving II, detto Doctor J, è nato a Roosevelt il 22 gennaio 1950
La carriera Ha giocato nella American Basketball Association (Aba) con i Virginia Squires(1971-73) e i New York Nets (1973-76)LaNba Nel 1976 il passaggio al la Nba:con i Philadelphia 76ers ha giocato 9 stagioni vincendo un titolo nel 1983. È stato nominato Mvp nel 1981. È entrato nella Hall of fame nei top 50 dei giocatori più forti di tutti i tempi
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